La Brugola, un altro ex-gioiello del made in Italy, è in crisi e i motivi sono molto molto chiari…..

18/01/26 - 2 minuti di lettura

Avrebbe dovutp celebrare i suoi primi cento anni di attività. E invece no, la Brugola OEB, Officine Egidio Brugola di Lissone, che dal 1926 produce rondelle e simili, è entrata in crisi,  e proprio in questi giorni ha chiesto di accedere al percorso stragiudiziale di ristrutturazione aziendale previsto dal Codice della Crisi d’Impresa e dell’Insolvenza, di recente introduzione. Una versione soft della tradizionale procedura presso il tribunale che avrebbe avuto effetti rilevanti sui contratti, sul patrimonio e sulla gestione. E in questo caso ha -tra gli altri-lo scopo di una rimodulazione del pesante debito (intorno ai 180 milioni di euro su un fatturato di 186) da rinegoziare con le banche e con i fornitori. Intanto c’è già l’esperto: Gianluca Mucciarone, professore all’Università Cattolica, specializzato in Banking, Ristrutturazioni e Diritto Societario presso MPA Avvocati Associati.

Un primato mondiale-La Brugola, della quale  è presidente Jody Brugola, nipote del fondatore Eugenio, è nota in tutto il mondo ed esporta da decenni il 90 per cento della sua produzione; una auto su quattro a livello mondiale contiene una brugola alla base dell’aggancio del motore alla scocca. Cioè è estremamente necessaria perchè l’auto funzioni…..

I perché-Innanzitutto la recessione dell’industria automobilistica europea, colpita dall’invasione del made in China, e la recessione delle aziende tedesche dalle quali arrivava da decenni gran parte degli ordinativi. Ma questa non è la sola causa.“La Brugola accumula debito nei confronti dei fornitori fino ad aprire la composizione negoziata del debito” dichiara Claudio Rendina della FIOM-CGIL Brianza. “Fino a poche settimane fa l’azienda, ai tavoli di confronto sindacali, minimizzava la situazione, evidentemente non è stata trasparente”. E’ vero: qualche mese fa vantava assunzioni a go-go….

Mancati investimenti, consegne in ritardo…-È da un anno a questa parte che l’azienda -sottolinea Rendina-nel pieno della crisi dell’automotive, non ha saputo gestire l’organizzazione della produzione, producendo ritardi nelle consegne e quindi costi più alti e attriti con le case automobilistiche. La Direzione ha sempre incolpato i lavoratori ma di fronte a mancati investimenti nelle linee produttive, nella crescita professionale e nella cura di un ambiente di lavoro sano, non ha saputo reggere. Le relazioni sindacali sono sempre state complesse, anche in questa fase le rappresentanze dei lavoratori non sono state minimamente coinvolte”.

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